Il castello di Rosa Bonheur, l’artista amica degli animali
La gita fuori Parigi che sto per raccontarvi è perfetta per chi è in cerca di pace, natura e riposo, ma anche e soprattutto di ispirazione.
Alla Gare de Lyon prendo la linea R (direzione Montargis) e dopo un viaggio di circa cinquanta minuti scendo al bel villaggio di Thomery, sulle rive della Senna. Dopo una passeggiata bucolica di una ventina di minuti giungo alle porte di una dimora da fiaba. Le fondamenta risalgono al XV secolo, le mura al Seicento, ma l’atmosfera è tutta impregnata dal ricordo di un’artista fuori dal comune, che nell’Ottocento fu celebrata fin oltre la Manica e l’Atlantico, la prima pittrice nella storia a venir insignita della Légion d’honneur. Mi trovo al castello di Rosa Bonheur(1822-1899).
Rosalie, detta Rosa, era figlia di un pittore che non era riuscito a fare carriera. Sua moglie, musicista, dovette rinunciare a sua volta alla musica per sfamare i loro quattro bambini. Lo sforzo le costò la vita, un sacrificio che Rosa, la maggiore dei piccoli, non dimenticò mai.
«Potrai diventare una pittrice professionista solo a condizione di essere la migliore».
Questo le disse il padre, quando iniziò ad insegnarle i rudimenti del mestiere.

Ben presto, l’allieva superò il maestro e allora si pose il problema di dove farle completare la formazione. Nell’Ottocento le donne non erano ammesse alla Scuola di Belle Arti, Rosa avrebbe quindi dovuto rivolgersi a una scuola privata, le cui rette però erano a dir poco insostenibili. La soluzione poteva essere era una soltanto: imparare da sé.

Il suo soggetto di studio prediletto si rivelò ben presto il mondo animale, che Rosa ritraeva con una fedeltà e una precisione eccezionale, tanto che i suoi dipinti sono oggi trascurati dallo storia dell’arte, ma non dalle facoltà di veterinaria! Alcune evoluzioni e modificazioni anatomiche di determinate specie sono state identificate grazie al suo stile iper-realista, che forniva un dettaglio irraggiungibile dalla fotografia dell’epoca.
La determinazione di Rosa le permisero di esporre al Salon per la prima volta a soli diciannove anni, un vero record per l’epoca, perfino per un artista uomo. Il successo riscosso sancì l’inizio della carriera di Rosa come artista indipendente.
Il soggetto scelto dalla giovane pittrice era volutamente innocuo, sarebbe a dire considerato “decente” per una donna e incapace di urtare la rigida giuria del tempo: dei soffici coniglietti.

Animali più focosi, selvaggi e aggressivi, quali leoni, orsi e cavalli non sarebbero andati bene, poiché secondo l’opinione corrente, non possedendo né forza, né potenza, le donne non sarebbero state in grado di rappresentarle correttamente.

Tuttavia, più tardi, Rosa decise di esporre opere rappresentanti proprio quegli animali che la sua natura di donna – in teoria – le impediva di dipingere. Contro ogni aspettativa, la grande tela intitolata Le marché aux chavaux (‘Il mercato dei cavalli’), oggi conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, incontrò un immenso successo di critica che le valse il permesso di esporre al Salon senza più dover passare l’esame della giuria.

«Un vero dipinto da uomo, nervoso, solido, pieno di autenticità»
(da una critica dell’epoca).
Col ricavato della vendita di quell’unica tela – che avvenne negli Stati Uniti, terra in cui Rosa raggiunse un fama straordinaria – la pittrice poté acquistare, nel 1859, l’antica proprietà davanti alla quale mi trovo.
Il bell’atelier che occupa l’ala Nord dello château è un’aggiunta voluta da Rosa, che commissionò anche la decorazione in mattone di stile neo-gotico in voga all’epoca.
A quei tempi, il bel parco di circa 3 ha che circonda la costruzione era popolato da animali: cani, gatti, cervi, cavalli, vacche, capre, pecore, cinghiali…
L’artista aveva necessità di studiare dal vivo i suoi soggetti, creature che, contrariamente all’opinione dominante dell’epoca, Rosa riteneva dotati di anima.

Molti di questi conquistarono a tal punto l’affetto di Rosa che, una volta deceduti, l’artista ne volle conservare le spoglie nel suo atelier. Quelli che si vedono oggi dunque, non sono trofei di caccia, ma ex-abitanti dello château.

Per potersi aggirare più comodamente nel parco e nella foresta circostante, Rosa vestiva spesso un paio di pantaloni. Abbiamo già avuto modo di parlare dello speciale permesso rilasciato in casi eccezionali dalla prefettura di Parigi, da rinnovare ogni sei mesi, che autorizzava le donne a portare indumenti maschili (leggi l’articolo). Rosa era una di quelle eccezioni, come testimoniano alcuni dei suoi ritratti.
Nel 1865, Rosa ricevette una grossa sorpresa. L’imperatrice Eugènie, in veste di rappresentante del marito Napoleone III che in quel momento si trovava in Algeria, si presentò senza preavviso all’atelier di Rosa Bonheur per consegnarle di persona la Legion d’honneur, un riconoscimento senza precedenti per un’artista donna. L’atelier che si può visitare oggi non è molto diverso da quello in cui mise piede l’imperatrice.
Se oggi il castello è così ben conservato e aperto al pubblico, ciò si deve a Katherine Brault, che acquistò nel 2017 la proprietà rimasta abbandonata dagli anni Quaranta del Novecento.
Entrare nelle sale assopite, tra bozzetti, lettere, disegni, abiti e libri che sembrano in attesa del ritorno di Rosa, trasmette sensazioni che solo certi romanzi sanno descrivere.
È come sbrociare un’esistenza in sospeso.
Fu Anna Klumpke, figlia adottiva e unica erede di Rosa, americana d’origine e pittrice anch’essa, a consegnare queste tracce intatte alla storia della pittura, nella speranza che finissero un giorno nelle mani giuste. E direi che così è stato, tanto più che quelle mani “giuste” appartengono a Katherine Brault e alle sue tre figlie, tutte dedite al recupero e alla valorizzazione del ricordo di Rosa Bonheur. Sono certa che sia Anna, che Rosa sarebbero contente.

La visita
Allo château di Rosa Bonheur è possibile accedere con visita guidata, da prenotare online o sul posto, mentre il parco è aperto a tutti gratuitamente.
L’aneddoto che ho preferito riguarda il ritratto di Rosa Bonheur, realizzato da Dubufe, quando la pittrice aveva trentacinque anni ed era all’apice del successo.

In origine, la figura di Rosa era appoggiata a un mobile. La pittrice non si rispecchiava nella raffigurazione e così pregò Dubufe di sostituire il mobile con un animale, uno qualunque. Il famoso ritrattista obbedì, ma il cane che realizzò era troppo brutto per soddisfare la specialista di raffigurazioni animali. Venne così deciso che Rosa avrebbe messo mano al dipinto, sostituendo il cane, che aveva già sostituito il mobile, con una vacca realizzata come si deve! Il risultato fu questo singolare ritratto a due mani.

Cinque anni fa ho avuto l’immensa la fortuna di venir invitata a pernottare nella camera di Rosa Bonheur.
Sì, perché al castello si può pernottare, mangiare benissimo e approfittare di una favolosa sala da tè aperta a tutti.

Il fascino maestoso e scricchiolante di una magione ottocentesca, il ricordo di Rosa e dei suoi animali, la bellezza del parco e i profumi della sala da tè… tutto è sapientemente conservato e rispettato per trasmettere al visitatore le impressioni di un’epoca suggestiva, che sopravvive nei romanzi.
Ma attenzione! Per quanto vi sentiate ospiti d’onore, i veri padroni di casa qui rimangono loro, gli animali.









